VENEZIA – Immaginare “spazi in cui possiamo vivere generosamente insieme”. Una questione non semplice in epoca di pandemia, dove “insieme” è difficile quasi da ricordare. Ma questa è la sfida della prossima Mostra di Architettura della Biennale di Venezia, che aprirà al pubblico, in presenza e con rigidi protocolli di sicurezza e un monitoraggio costante anti-assembramenti, dal 22 maggio fino al 21 novembre prossimi, ai Giardini, all’Arsenale e a Forte Marghera. Una esposizione dal titolo profetico, “How will we live together”, a cura di Hashim Sarkis, pensata prima del Covid, e rinviata di un anno rispetto alla data prevista del 2020 a causa del virus, per affrontare questioni come – ha ricordato Sarkis – “l’intensificarsi della crisi climatica, i massicci spostamenti di popolazione, le instabilità politiche in tutto il mondo e le crescenti disuguaglianze razziali, sociali ed economiche”.

Proprio la pandemia globale, però, “ha senza dubbio reso la domanda posta da questa Biennale Architettura – ha aggiunto – ancora più rilevante ed appropriata, seppure in qualche modo ironica, visto l’isolamento imposto”. Una domanda aperta, con l’interrogativo sul come vivere assieme, sul ruolo dell’ architetto sia come catalizzatore nel rapporto con altre realtà sia come “custode” del nuovo contratto spaziale, che quanto accaduto in quest’ultimo anno ha reso ancora più urgente e caricato di nuovi significati. Tanto che se alcuni progetti sono dovuti rimanere nel cassetto, visto l’uso di interazioni con il pubblico, altri hanno preso forza o, come quelli negli spazi aperti, dove l’architettura dialogherà con le arti visive, verranno forse letti in più modi. “Poniamo que;sta domanda agli architetti – ha sottolineato il curatore – perché non siamo soddisfatti delle risposte oggi offerte dalla politica. Nel contesto della Biennale Architettura poniamo questa domanda agli architetti perché crediamo che abbiano la capacità di dare risposte più stimolanti di quelle che la politica ha finora offerto in gran parte del mondo”. Il rinvio della data prevista nel 2020 – “non è stato un anno perso” ha detto il presidente della Biennale Roberto Cicutto – è servito a mettere a registro una mostra quanto mai ampia nell’offerta, sia in termini di numeri di partecipanti che di eventi collegati ed espressi su più media.

La Mostra internazionale, organizzata in cinque aree tematiche, “scale”, suddivise tra Giardini ed Arsenale, comprende 112 partecipanti provenienti da 46 Paesi, con una maggiore rappresentanza da Africa, America Latina e Asia, con uguale rappresentanza di uomini e donne. Parte dell’esposizione, anche uno specifico progetto dedicato al gioco allestito a Forte Marghera con il contributo di 5 architetti internazionali. Sono 63 invece le partecipazioni nazionali, con quattro nuovi ingressi: Grenada, Iraq, Uzbekistan e Repubblica dell’Azerbaijan. Il Padiglione Italia, sostenuto dal ministero della Cultura, è a cura di Alessandro Melis. Ci saranno anche una serie di partecipazioni fuori concorso – tra cui una installazione dell’artista Giuseppe Penone – un progetto speciale con il Victoria and Albert Museum di Londra. Sui progetti “collettivo-comunitari” e “fai da te” relativi a tre mostre, una collaborazione con Biennale Danza, 17 eventi collaterali e incontri con architetti e studiosi di tutto il mondo. Anche quest’anno, per Cicutto, la preparazione della Mostra “è stata avvolta da un clima di incertezza”, ma l’esposizione apre “con una consapevolezza ancora maggiore di quanto il lavoro della Biennale sia specchio del mondo contemporaneo, che viene qui interpretato e talvolta anticipato dalle proposte dei curatori e di quanti vi partecipano con le proprie opere”.

Biennale Architettura, spazi per vivere insieme
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