Il nucleo del grande centro a cui punta Matteo Renzi sfila sul palco della Leopolda, nel secondo giorno della kermesse fiorentina di Iv. Arrivano esponenti di Coraggio Italia, di Azione e di più Europa. “Non riesco a capire come alle prossime elezioni politiche potremo andare divisi, mi sembra impossibile”, si sbilancia Renzi salutando Enrico Costa, che sta con Calenda. Si parte da lì per giocare la partita del Quirinale. Per Renzi serve “un profilo riformista, europeista, che sia contro il sovranismo”. Lui vorrebbe ritagliarsi un ruolo da ago della bilancia, anche se Romano Prodi lo affonda: “Finché c’è questa legge elettorale, un partito piccolo può essere ago della bilancia, ma questa legge è sbagliata”. I temi comuni del ‘grande centro’ vanno ancora affinati. Cade nel vuoto la richiesta di lumi, da parte di Benedetto Della Vedova, in merito all’atteggiamento di Iv sui referendum cannabis ed eutanasia. Mentre, con Ivan Scalfarotto, il padrone di casa sfida gli alleati di governo sul Ddl Zan: “Presenteremo un emendamento con scritto che si estende la tutela della legge Mancino ai reati motivati da omofobia, transfobia e abilismo. Chi ci sta la vota chi non ci sta è profeta del bla bla”.

 Dalla formazione in costruendo si sfila Giuseppe Sala, che pure Renzi accoglie come “leader nazionale”. Ma il sindaco di Milano chiarisce: “Non credo molto al tema del partito di centro”. Sul palco non si parla di Quirinale, per quello è riservato il gran finale. Ma nei corridoi della Leopolda il Risiko va alla grande. L’idea dei renziani è che si debba partire da un nome che possa andare bene a tutte le forze di una maggioranza che va da Leu alla Lega. Per questo non si possono proporre nomi troppo marchiati da un partito. Per esempio, in queste ore qualcuno parla di Paolo Gentiloni, ma per i renziani sarà difficile che possa trovare davvero spazio. “I candidati che escono troppo presto di solito vengono bruciati. E poi, è un Pd, che è stato presidente del consiglio con la Lega all’opposizione. Salvini lo voterebbe?”, si chiede un big del partito. Il nome buono – dicono i renziani – arriverà all’ultimo momento, e sarà il frutto di un lavoro silenzioso e faticoso, fatto da chi sa fare politica. La descrizione sta addosso perfettamente a quello che vorrebbe fare Renzi. Insomma, per i renziani sarebbe meglio pescare nel coté politico, ma senza timbri troppo evidenti. Un nome che si fa nei corridoi della Leopolda per far capire il ragionamento è quello di Marta Cartabia, per esempio. Mentre viene bocciata la carta ‘Silvio Berlusconi’. Troppo divisivo e a Iv non piace l’idea. Viene ormai invece dato per accantonata l’ipotesi che Sergio Mattarella possa concedere il bis. E Mario Draghi? Spetta a lui decidere, dicono i renziani. Certo è che a loro non dispiacerebbe che rimanesse a Palazzo Chigi fino al 2023, anche per scongiurare il voto l’anno prossimo. Sarebbe troppo presto per costruire la nuova formazione di centro. Che nel 2023 – è il ragionamento – potrebbe fare la differenza. Meglio se ci sarà una legge proporzionale, ma anche con questa, come si è visto nel 2018, quando dal voto non è uscita una maggioranza certa. Sembrano invece in un momento di tregua i maldipancia fra le truppe. “Parlano sempre di parlamentari di Italia Viva in uscita e invece siamo sempre tutti qui”, sottolinea Maria Elena Boschi. Uno dei motivi di critica alla linea è lo spostamento considerato troppo verso destra di Iv, culminato con il voto in Senato con Lega e FdI. Anche perché fra i renziani c’è chi fa notare che ora ci saranno i voti sugli emendamenti della Manovra, e chissà che non si possano replicare situazioni del genere. I limiti dell’alleanza tracciati da Renzi, “né con i populisti grillini, né con i sovranisti di Lega e FdI” hanno comunque calmato qualche animo. Ma Ettore Rosato taglia corto: “Non so perché mettere etichette, centrodestra, centrosinistra: noi siamo dei riformisti”.

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Renzi manovra al centro e lancia sfida sul Colle
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