L’oggi di Alida è il lavoro che svolge in un’azienda agricola, è la serenità che vive in casa con i suoi tre figli. Ma fino a tre anni fa la sua vita era ben diversa. Alida ha un passato di violenze per mano del marito; anni di abusi e maltrattamenti, su di lei e sui figli. Poi la fuga e la salvezza: “mi sono detta ‘sono pronta’ e sono scappata da mio marito. Non sono tornata indietro. La paura c’è ancora ma c’è anche la libertà”. Come un rituale meccanico, un clichè che si ripete in questi casi, fatto di brutalità e ferocia, schiaffi e pugni, la storia di Alida (il nome è di fantasia), quarantenne di origine albanese, non fa eccezione. Arrivata nel 2005 in Italia, a Roma, dove ha raggiunto il marito, un muratore, suo connazionale, ben presto la sua vita matrimoniale si tramuta in un incubo. “All’inizio – racconta all’ANSA – stavamo bene insieme, andavamo d’accordo. Ma dopo l’arrivo dei figli (tre maschi, ora hanno 13, 10 e 9 anni) le cose sono cambiate. Ho scoperto che beveva e giocava con i videogiochi. E’ lì buttava i soldi. La mia vita è cambiata. Se protestavo era aggressivo. ‘So io cosa devo fare, tu non mi comandi’, mi diceva. In più subivo scenate violente di gelosia, mi controllava”. Dal 2013, la vita in casa peggiora. In più mancano i soldi, lo stipendio di lui va in bevute e giochi. “Spesso non sapevo cosa dare da mangiare ai miei figli. Quando tornava a casa era ubriaco ed erano botte, per me e per loro. Lui non si prendeva cura di noi”.

A seguito di uno sfratto dopo un anno di affitto non pagato, sono intervenuti i servizi sociali: mamma e figli sono stati ospitati per qualche mese in una casa famiglia. “A quell’epoca nessuno sapeva dei maltrattamenti che subivo, non ne parlavo mai, mi vergognavo. Ho sbagliato. Lui ogni volta, dopo le liti violente, mi chiedeva perdono”. Poi il fortuito arrivo in una casa, all’interno di una struttura religiosa: la prima ancora di salvezza. “Lì c’erano delle suore che venivano a trovarci. Ho cominciato a capire che dovevo chiedere aiuto e ho parlato con le suore”. Al termine di un brutto episodio in cui l’uomo aveva chiuso a chiave moglie e figli, Alida è riuscita a scappare, aiutata dalle suore e dai servizi sociali, ed è entrata per qualche mese in un centro antiviolenza. In seguito, è giunto il contatto con l’associazione Telefono Rosa che l’ha protetta in una casa e seguita per due anni nel percorso di rinascita e che l’ha condotta piano piano verso l’autonomia. In questo periodo ha affrontato anche la malattia del figlio più piccolo, una leucemia, che l’ha costretta con il piccolo in ospedale per mesi: “ora mio figlio sta bene”. Ma di questa esperienza, Alida parla come di una scuola, quasi una riscoperta di vita: “durante questo periodo ho imparato tanto, le operatrici mi hanno insegnato molte cose. Ho imparato a trovare una strada, ad andare dal medico. Piccole cose che però non avevo mai fatto. Ho imparato a vivere e ho trovato anche un lavoro. Mi occupo delle ordinazioni a domicilio di prodotti biologici di un’azienda agricola”. “Quanto è cambiata la mia vita? Tanto. Prima non avevo mai un momento bello, solo e sempre brutti momenti. Quando mio marito mi menava io sentivo la mia vita finita. Ho preso tante botte, una volta mi ha picchiata così forte che mi ha rotto un timpano.

    Ora sto bene. Ho anche delle amiche con cui esco e con cui parlo. Sono tranquilla, entro a casa serena. La paura resta, non è facile ma poi mi dico che non ho fatto niente di male e che non si può vivere con un uomo violento. Prima mi sentivo debole, ora mi sento più forte”. Alida è, come si usa dire, “una ce l’ha fatta”, una testimonianza positiva: “ho cercato aiuto e non sono tornata indietro. L’ho fatto per i miei figli e per me. Li vedo contenti e parlo tanto con loro, insegno loro il rispetto per le donne”. A chi ora si trova ancora a subire violenze “dico di non aspettare, chiedete aiuto, scappate”. 

   

“Sono scappata da mio marito, ho sempre paura ma sono libera”
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